Mank

 

Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jack Fincher, Eric Roth (non accreditato)
Fotografia: Erik Messerschmidt
Montaggio: Kirk Baxter
Musiche: Trent ReznorAtticus Ross
Scenografia: Donald Graham Burt
Costumi: Trish Summerville

Interpreti: Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Charles Dance, Tom Burke. Arliss Howard, Joseph Cross, Sam Troughton, Tom Pelphrey, Toby Leonard Moore

Distribuzione: Netflix
Origine: USA, 2020
Durata: 131′

Il Film

Nel 1940, la RKO stringe col 24enne Orson Welles un contratto senza precedenti che gli garantisce libertà creativa su ogni aspetto del suo primo lungometraggio, compreso il soggetto e i collaboratori che sceglierà. Recatosi a un ranch di Victorville dove lo sceneggiatore Herman J. "Mank" Mankiewicz è costretto a letto da un incidente, Welles gli da due mesi di tempo per scrivere il film in fiducia delle sue comprovate capacità. Ormai inviso ai vertici dello studio system e con una salute fatalmente minata dall'alcolismo, Mank detta la sceneggiatura alla segretaria Rita, che nota delle similitudini tra il suo protagonista "negativo", Charles Foster Kane, e il magnate dell'editoria William Randolph Hearst...
Nel 1930, mentre lavora alla Paramount, Mank conosce l'attrice Marion Davies, venendo presentato al suo amante e mecenate Hearst, che lo prende in simpatia per la sua verve caustica, nonostante le sue simpatie politiche di sinistra. Ha inoltre un'infatuazione platonica  nei confronti di Marion, troppo ingenua per comprendere fino in fondo l'influenza mediatica e politica esercitata da Hearst, tra cui su Louis B. Mayer, capo di una MGM in crisi presso cui Mank troverà lavoro assieme al fratello Joseph . Nel 1934, pezzi grossi della MGM lavorano per sabotare la campagna elettorale a governatore della California del candidato Democratico  ed ex del  Partito Socialista Upton Sinclair, in favore di una ridistribuzione della ricchezza per aiutare i più poveri colpiti dalla grande depressione. Interrogato Irving G. Thalberg a proposito dei falsi cinegiornali di propaganda contro Sinclair fatti dalla MGM, Mank scopre che dietro c'è Hearst e si rivolge inutilmente a Marion per convincerlo a ritirarli. Come risultato, il Repubblicano Frank Merriam vince le elezioni e il collega di Mank che aveva girato i falsi cinegiornali sotto la promessa di diventare un regista si suicida per il rimorso. Ubriaco, Mank affronta Mayer e Thalberg, per poi irrompere a una cena di gala al Castello Hearst e mettere in croce tutti gli invitati, compresi Marion e Hearst, improvvisando di fatto la tram, però, la RKO si rifiuta di produrre il film a causa delle pressioni di Hea di Quarto potere.
Nel 1940, riesce a finire la sceneggiatura in tempo. Dopo averla lettaarst; la stessa Marion si reca a Victorville per convincerlo inutilmente a cambiare la sceneggiatura, ricca di riferimenti anche ai particolari più privati della coppia, così come Joseph cerca di offrirgli un alto film da scrivere. Welles è determinato a fare comunque il film e lo raggiunge per stabilire i dettagli di una ri-scrittura con lui presente. Mank insiste per venire accreditato, contrariamente a quanto stabilito dal contratto, ritenendo la sceneggiatura la migliore della sua carriera. Welles va su tutte le furie, dandogli l'ispirazione per l'ultima scena mancante di Kane, ma finisce per acconsentire. Nel 1942, Mank vince l'Oscar alla migliore sceneggiatura originale per Quarto potere, pur dovendola condividere malvolentieri con Welles, morendo nel 1955 senza aver mai scritto un altro film.

Il Regista

David Andrew Leo Fincher nasce a Denver, il 28 agosto del 1962, e dimostra fin da giovanissimo un forte interesse per il cinema, girando alla tenera età di 8 anni alcuni filmini in 8mm dopo essere stato folgorato dalla visione di Butch Cassidy and the Sundance Kid. E, forse, dall'essere stato vicino di casa di George Lucas quando la famiglia si trasferì in California. Dopo un nuovo trasloco, David frequenta il liceo in Oregon, collaborando tecnicamente ad alcuni allestimenti scolastici, e al termine della scuola, appena 18enne, inizia a lavorare come assistente di produzione alla Korty Film, società specializzata in animazione, facendosi notare per le sue abilità e riuscendo nel 1983 a farsi assumere alla Industrial Light and Magic, dove collaborò alla produzione de Il ritorno dello Jedi e di Indiana Jones e il tempio maledetto.
Fincher lascia però la società di Lucas già nel 1984 per cominciare la sua attività di regista di spot pubblicitari e video musicali poi, arrivando tre anni dopo a fondare una delle case di produzione più influenti del settore, la Propaganda Films.
Il successo dei suoi spot e i video realizzati per artisti come Rolling Stones, Aerosmith, Madonna e i Nine Inch Nails di Trent Reznor (che anni dopo diverrà il suo compositore di riferimento) gli spalancano le porte di Hollywood: il suo esordio arriva nel 1992 è il terzo capitolo di un'amatissima saga di fantascienza, Alien³, ingiustamente sottovalutato, poco ben accolto e ricordato con amarezza dallo stesso regista, che lamenta l'ingenuità con cui dialogava con lo Studio.
Fincher però non serve molto per rimettersi in carreggiata e, dimostrando di saper ben scegliere i copioni, sbanca i botteghini e conquista la critica nel 1995 grazie al cupo neo-noir Seven.
Due anni dopo è la volta di un altro film molto sottovalutato, The Game, che ai tempi non conquista il pubblico come avvenuto con il film precedente, mentre nel 1999 la stella di Fincher esplode grazie a Fight Club, adattamento dell'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk interpretato dallo stesso Brad Pitt di Seven e da Edward Norton.
Amato e odiato come Fight Club, ma meno iconico per la carriera del regista, è anche il successivo Panic Room, del 2002, dopo il quale David Fincher si prende cinque anni di pausa per tornare alla grandissima, e con uno stile rinnovato eppure coerente con il passato, con il thriller Zodiac, ispirato alla vera storia del Killer dello Zodiaco e interpretato da Mark Ruffalo, Jake Gyllenhaal e Robert Downey Jr..
Il film viene presentato in concorso a Cannes e ottiene numerose nomination di prestigio, come anche il successivo Il curioso caso di Benjamin Button, una fantastica storia d'amore intrepretata da Brad Pitt e Cate Blanchett tratta dall'omonimo racconto di Francis Scott Fitzgerald, grazie al quale Fincher è candidato al Golden Globe e all'Oscar e vince il premio di miglior regista del London Film Critics Circle e della National Board of Review.
Nel 2010 con The Social Network, il regista porta al cinema il copione di Aaron Sorkin che racconta la storia del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, collaborando per la prima volta con Trent Reznor e Atticus Ross per la colonna sonora: il film è un grande successo, che vince 4 Golden Globe (tra i quali quelli di miglior film drammatico e miglior regia) e ottiene tre Oscar ( miglior sceneggiatura non originale, miglior colonna sonora e miglior montaggio) su otto nomination complessive, compresa quella di miglior film e miglior regia.
L'anno successivo è la volta di Millennium - Uomini che odiano le donne, adattamento del primo romanzo della trilogia dello svedese Stieg Larsson candidato a cinque premi Oscar. Protagonisti sono Daniel Craig e una bravissima Rooney Mara, ma nel film c'è anche Robin Wright, che Fincher vorrà come protagonista femminile, al fianco di Kevin Spacey, per la sua prima serie televisiva, la popolare House of Cards, per la quale è produttore esecutivo nonché regista dei primi due episodi.
Arriviamo così al 2014 de L'amore bugiardo - Gone Girl, adattamento dell'omonimo romanzo di Gillian Flynn che ottiene un grande successo sia di pubblico che di critica, e della messa in cantiere del progetto Utopia, versione statunitense di una serie tv britannica che verrà prodotta dalla stessa HBO di House of Cards e che Fincher, noto per il suo perfezionismo scriverà e dirigerà integralmente.   

Spunti per una riflessione

In Citizen Kane abbiamo un film dove le voci contano quanto le parole, una sceneggiatura che lascia parlare tutti i personaggi contemporaneamente come gli strumenti di una partitura, con frasi incompiute come nella vita reale. […] Grazie a questa concezione quasi musicale del dialogo, Citizen Kane “respira” diversamente dalla maggior parte dei film“.  François Truffaut)
Ripartiamo, come spesso ci accade, da una frase di Truffaut. Sì, perché l’ultimo film di David Fincher scala le vette più alte e rarefatte della storia del cinema – la ricostruzione del processo di scrittura di Quarto potere come reliquia sacra da maneggiare con estrema cura – e nel contempo diventa l’opera forse più lucida per comprendere le nuove dinamiche distributive delle piattaforme streaming. È un film che eredita tutta l’ambizione autoriflessiva della New Hollywood di Coppola – la polarità Mankiewicz-Welles come l’eterno ritorno della contradditoria dicotomia scrittura-immagine – e nel contempo diventa l’intimo e commovente omaggio di un figlio regista verso un padre sceneggiatore (lo script è firmato dal solo Jack Fincher che scrisse la prima stesura addirittura negli anni ‘90)
 Nella sua cristallina confezione da biopic convenzionale Mank si apre pian piano a una polifonia di voci che forza la previsione algoritmica del nostro immaginario favorendo una complessità interpretativa (estetica, culturale, politica, intimista) di rara potenza e bellezza. La vera “Rosebud” di David Fincher diventa il cinema novecentesco attualizzato come vocabolario imprescindibile dell’odierna cultura visuale e come unica memoria condivisa che possa riflettere sulle nostre esistenze sempre più giocate su schermi e display.
Per tutti questi motivi e per molti altri ancora… sì, nel panorama dell’audiovisivo contemporaneo Mank “respira” diversamente rispetto alla maggior parte degli altri film.
(Pietro Mascullo, sentieri selvaggi)

Dopo «Roma» nel 2018 e «The Irishman» nel 2019, anche quest'anno Netflix ha distribuito uno dei film più importanti dell'anno, «Mank» di David Fincher. Appassionante ritratto di Herman J. Mankiewicz, sceneggiatore che insieme a Orson Welles ha firmato il copione di «Quarto potere», «Mank» è un film sul potere della scrittura per il cinema, che ci riporta nella Hollywood classica grazie a un magnetico bianco e nero. Straordinario Gary Oldman in un film dal ritmo serrato, che cresce sequenza dopo sequenza, stratificato e ricco di numerosi spunti di interpretazione, che spaziano dai contrasti interni alla Mecca del Cinema per arrivare fino a Don Chisciotte. Sceneggiatura firmata Jack Fincher (padre del regista), scomparso nel 2003.
(Stefano Biolchini e Andrea Chimento, ilSole 24ore)

Fincher ricostruisce in maniera esemplare la Hollywood dell’epoca, senza una volontà magnificatoria, ma ricreandone lo spirito e malleandone l’essenza, attraverso una messa in scena e una tecnica che ricalca quella utilizzata al tempo. Mank è un film del 2020, prodotto in digitale, ma è realizzato perfettamente come un film degli anni Trenta: dalle inquadrature e i movimenti di camera – con una regia esemplare e straordinariamente retrò – alle scenografie, ai costumi e alla pressoché perfetta colonna sonora, composta da Trent Reznor e Atticus Ross, fino all’uso eccelso del bianco e nero, valorizzato da una sontuosa fotografia curata da Erik Messerschmidt, e di alcuni escamotage d’effetto come le finte “bruciature di sigaretta” e i piccoli sfarfallii della musica, a simulare le vecchie pellicole con la fine di una bobina e l’inizio della successiva.

Lo script è costruito su di un brillante parallelismo con quello di Quarto Potere, ricreandone similarmente la struttura narrativa non lineare, basata su salti avanti e indietro e diverse linee temporali che vanno a comporre un mosaico della vita di Mankiewicz, in evoluzione tra il presente e quei ricordi del passato che ne delineano la personalità e la vicenda umana e professionale. Ci viene poi presentata un sofisticata specularità tra il Charles Foster Kane del film di Welles e la storia di William Randolph Hearst, a cui effettivamente Mankiewicz si è ispirato per la scrittura del protagonista del suo film.

Mank è cinema puro, una perla di rara bellezza e sontuosa fattezza. Probabilmente non un prodotto fruibile da un pubblico a trecentosessanta gradi, ma un’opera cinefila dal grande fascino e dall’anima profonda, complessa e finemente elaborata, capace di unire l’esaltazione dell’arte cinematografica con la costruzione di un sofisticato discorso socio-politico. Se con The Social Network Fincher ha scolpito una pietra miliare del cinema contemporaneo e della sua capacità di leggere il principale fenomeno comunicativo del decennio scorso, con Mank il regista costruisce una drammatizzazione sul potere mediatico che – guardando al passato e rievocandolo nella sua essenza – ci parla del presente con intelligenza e raffinatezza, componendo un omaggio agrodolce e un’analisi sociale amara e romantica al tempo stesso.  C’è nel lavoro di Fincher un’eleganza formale pressoché perfetta unita a una vibrante densità contenutistica, emblema di un’autorialità brillante e cristallina, che ci porta al cuore della settima arte.
(Marco Craighero, cinematographe.it)


Una delle principali critiche mosse ai biopic, e in genere ai film con un cast smisurato, riguarda l'incapacità di regalare ai personaggi minori lo spessore psicologico necessario. Basterebbe la cura con cui in Mank ogni singolo comprimario è tratteggiato a rendere l'idea su quanto il film di David Fincher si allontani dal canone biografico e dalle sue mancanze
Tanto da non poter nemmeno essere definito biopic, nonostante rechi nel titolo ad personam il soprannome con cui si faceva chiamare Herman J. Mankiewicz, co-sceneggiatore di Quarto potere. Fincher non racconta una parabola individuale, con il suo arco di ascese e cadute. Racconta la genesi del film più importante di sempre, la cui paternità è contesa: nel 1971 infatti il saggio di Pauline Kael Raising Kane offuscò il genio di Welles attribuendo il merito della sceneggiatura interamente a Mankiewicz.

Forse è per questo che nei titoli di testa di Mank David Fincher attribuisce i meriti dello script totalmente al padre Jack, che non riuscì mai a farrealizzare il film dagli studios hollywoodiani. Grazie a Netflix, invece, Mank vede la luce. E con lui lo spaccato di un'epoca unica, quella d'oro del cinema hollywoodiano, apparentemente così lontana nel tempo e nelle abitudini dal 2020 in cui il film viene portato a termine e invece così affine.

Per farlo Fincher veste letteralmente la pelle di quella Hollywood, in un bianco e nero sfavillante, con scenografie che paiono estratte di peso da quelle sontuose produzioni cinematografiche. Quasi che il regista di Seven volesse trasportarci nella Xanadu autentica, in quel mondo dorato e crudele di cui Quarto potere rappresenta una critica e insieme una confessione di complicità e correità. Ma anche questo è un trucco.
Troppi sono i parallelismi con il presente per pensare che Fincher non abbia in parte ripensato Mank, trasformandolo in uno specchio deformato dei nostri tempi. La dissezione di Hollywood è effettuata attraverso il medium che più è accusato di decretarne la fine, ossia Netflix, la regina delle piattaforme VOD. La crisi economica che colpisce duramente l'industria dello spettacolo nel 1930 rivive 90 anni dopo nelle parole e nella preoccupazione di molti, sempre meno convinti che come allora l'industria possa risorgere dalle proprie ceneri come una fenice.

E infine la questione politica, con un candidato vicino a idee socialiste come Uptown Sinclair, abbandonato a se stesso dall'establishment di Franklin Delano Roosevelt e sconfitto a colpi di fake news, che ricorda troppo il Bernie Sanders del terzo millennio perché si tratti di un caso.

Ma Roosevelt non è il solo santino a cadere e frantumarsi in mille pezzi nella ricostruzione di Fincher: l'altro è Orson Welles, ritratto come un'arrogante e megalomane giovane promessa di Hollywood, che non si fa scrupoli a considerare come sua la sceneggiatura scritta da Mank. Un panorama desolante di uomini mossi da fama, potere e denaro in cui si salva solo Marion Davies, l'attrice amata da Hearst e rimastagli fedele fino alla fine. Un'ideale Dulcinea per un donchisciottesco sceneggiatore alcolizzato, alla disperata ricerca di una musa che possa restituirgli la purezza incontaminata del cinema e le sensazioni della più autentica polvere di stelle. 
(Emanuele Sacchi, Mymovies)

Fincher non lo nasconde, per lui la sala non è poi così importante. Con Netflix ha tutto quel che vuole, ha i budget, la visibilità, la possibilità di ambire ai premi più importanti e i suoi film sono sempre a disposizione di tutti, non ci sono problemi di conservazione o archiviazione. Sembra poco ma è molto per qualcuno la cui attività professionale è stata fatta di spot, film, serie e videoclip lungo 40 anni di tecnologia, tutto materiale che possiede alle volte in VHS, alle volte in Beta altre ancora in Laserdisc o DVD e che è stato costretto ad archiviare insieme ai dispositivi con cui leggerli (senza considerare che ad oggi le televisioni non hanno più la presa scart). Fincher in buona sostanza sa che parte di quel che ha fatto è sostanzialmente impossibile da rivedere, perduto anche se sta nella sua soffitta. Con Netflix si sente al sicuro. Per lui Netflix è molto molto meglio del cinema.
(Gabriele Niola, wired.it)

Al livello più superficiale Mank è un biopic. La storia di un uomo, un intellettuale raffinato e colto, di educazione europea – originario di una famiglia di ebrei tedesco-polacchi –, scrittore talentuoso e ironico ma con una irrefrenabile propensione all’autodistruzione: incapace di ogni forma di misura, nel lavoro, nelle relazioni, nel bere e nel giocare d'azzardo. Una mente brillante in grado di conquistare New York – come critico teatrale e drammaturgo – e Los Angeles, ma sempre con il sospetto di sprecare le doti e di non mettere a frutto il talento. Il Mank di Fincher è un uomo cosciente della propria eccezionalità e ancora di più dei suoi limiti e della propria inclinazione al vizio – «mi sento sempre di più un topo in una trappola costruita da me» dirà di sé – ma anche dell’insofferenza per tutto ciò che è potere, istituzione, autorità. E dell’incapacità – quasi una condanna – di nascondere il proprio disprezzo per chi quel potere lo esercita. Il regista gli assegna il corpo di Gary Oldman, oggi sessantaduenne che interpreta un personaggio di vent’anni più giovane, e racconta la discesa inarrestabile (e inevitabile) verso un buco nero dell’anima tragica di un uomo geniale (e divertente). Un antieroe quasi dimenticato capace di concepire e regalare al cinema l’opera più immortale della sua storia.
Sì perché Mank è anche un film su Quarto Potere, sulla sua genesi e la sua eredità. Seguendo le tesi di Pauline Kael Fincher revisiona la storia del film e ne sottrae la paternità a Welles, consegnandola completamente a Mank. Certo, l’identità e la statura di Citizen Kane stanno soprattutto nella rottura della messinscena e nelle audaci soluzioni visive mentre il fatto che lo script non fosse opera effettiva di Welles è questione forse secondaria. Per la verità Kael sostiene come Welles non ebbe granché parte nemmeno nella lavorazione, in realtà risultato soprattutto del genio del leggendario direttore della fotografia Gregg Toland, ma non è questo a interessare a Fincher. Egli, a differenza di quanto scritto da molti, non intende ridimensionare la figura di Welles – che in effetti nel film fa solo tre brevi comparsate piuttosto teatrali e macchiettistiche – o almeno non completamente. Il regista ricolloca Quarto Potere nel canone hollywoodiano più puro, lo identifica come locus di una dimensione creativa plurale, collettiva ma allo stesso tempo come momento di rottura, strumento della messa in crisi del sistema stesso. L’ingresso di Welles – artista “bigger than everything” – nell’industria del cinema è l’occasione per un ripensamento, anche ideologico, della stessa e per la nascita del concetto di Autore, così come i francesi ce l’avrebbero spiegato vent’anni più tardi.
E del resto, continuando a scavare, Mank è un film su Hollywood, sul suo senso più profondo e sulla densità del suo immaginario. Su una mecca di teste geniali, di pensatori, intellettuali (di nuovo tutti ebrei e tutti europei di seconda generazione) e sulla mitopoiesi della fabbrica dei sogni. In una meravigliosa sequenza all’inizio del film si vedono Ben Hecht, Charles MacArthur, S. J. Perelman, George S. Kaufman, un giovanissimo Charles Lederer e i due fratelli Mankiewicz tutti insieme in un ufficio della Paramount, impegnati a sfottersi, bere, fumare e scommettere su qualsiasi cosa, chiusi dietro una porta con il cartello “genius at play”. E geni lo erano davvero, tutti quanti: tre ex componenti – fra cui lo stesso Mank – dell’Algonquin Round Table di New York, il “circolo (letterario) vizioso” più brillante, vivace e pungente di tutti gli anni Venti, un futuro premio Pulitzer e quattro futuri premi Oscar. Ma in generale un conglomerato di menti creative che non si sarebbe mai più rivisto nella storia del cinema. Menti che in quegli anni partorirono – accreditati o meno – capolavori come The Front PageScarfacePartita a quattro e quasi tutti i film dei fratelli Marx.
Fincher ci racconta Hollywood come una terra di scrittori, inventata e scaturita dalla penna prima che dalla cinepresa. La svuota dei contorni leggendari e mitologici e la mette in diretta connessione con il presente confrontandola al nostro immaginario. Facendone un mondo non dei produttori (come ci è sempre stato raccontato) né tantomeno dei registi (come abbiamo sempre immaginato), ma esistente in forme di racconto e in esperienze differenti. E cioè nello spazio fra l’immagine e la parolaMank si situa in un territorio in cui la parola scritta lascia spazio all’immagine ma senza smettere di essere traccia, sopravvivenza, ricordo (e non quello di cui parla Mayer). Se l’immagine è quella impoverita del piccolo schermo – il film è prodotto da (e pensato per?) Netflix – in un bianco e nero tutto sfocature, sfaldature e incasellata in inquadrature wellesiane (soffitti, chiaroscuri, deformazioni), la parola vi si sovrappone quasi a imporle un marchio. Le didascalie che introducono i flashback sembrano aprire a un testo illustrato e a una rappresentazione testimone del primato della sceneggiatura e della scrittura.
(Lorenzo Rossi,cineforum)



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