Il processo dei Chicago 7

(The Trial of the Chicago 7)

 

Regia:Aaron Sorkin
Sceneggiatura:Aaron Sorkin
Fotografia: Phedon Papamichael
Montaggio: Alan Baumgarten
Scenografia: Shane Valentino
Costumi: Susan Lyall
Musiche: Daniel Pemberton

Interpreti:Sacha Baron CohenMichael KeatonEddie RedmayneJeremy StrongJoseph Gordon-LevittAlex SharpMark RylanceWilliam HurtFrank LangellaYahya Abdul-Mateen IIAlice KremelbergWayne Duvall

Produzione:Amblin Entertainment
Distribuzione:Netflix
Origine:USA, 2020
Durata:129 min

Il film

Chicago,1968. La guerra del Vietnam impazza continuando a mietere vittime innocenti quando, in occasione della convention del Partito Democratico, un gruppo di attivisti guida una manifestazione contro Nixon e la sua scelleratezza bellica. Lo scontro tra manifestanti, polizia e Guardia Nazionale, era prevedibile, ma ciò che non era stato previsto è un processo/farsa dal sapore chiaramente politico che segna una pagina nerissima (e molto nota) della recente storia americana. In un colpo solo il governo del neo-eletto presidente Nixon tenta di eliminare l’opposizione sradicando la controcultura di sinistra attraverso l’incriminazione dei suoi leader, accusati ingiustamente di cospirazione e incitamento alla sommossa.

Il regista

Aaron Sorkin nasce nel 1961 a New York, USA (ha 59 anni).
Tra i suoi film come regista e sceneggiatore, ricordiamo:
Il processo ai Chicago 7 (2020), Molly's Game (2017), Steve Jobs (2015), L'arte di vincere (2011), The Social Network (2010), La guerra di Charlie Wilson (2007), West Wing - Tutti gli uomini del Presidente (1999), Il Presidente - Una storia d'amore (1995), Malice - Il sospetto (1993), Codice d'onore (1992),
Tra le sue serie tv come sceneggiatore e autore del soggetto , ricordiamo:The Newsroom (2012),

Spunti per un'analisi del film

Le figure, i motivi e gli accenti di Aaron Sorkin sguazzano fra politica, idealismo e aula di tribunale, dispiegando dialettiche graffianti e battute fulminanti in una batteria di sbarramento dal moto perpetuo per stimoli e montaggio. Alla presenza di un giudice, di un caporedattore o di un presidente, è imperativa la chiosa morale, abbracciando e accompagnando verso la vittoria la scelta di campo: la promozione in simpatia, il trucco narrativo (l’esegesi della frase “Se deve scorrere del sangue, che scorra in tutta la città”) e la standing ovation finale sono meccanismi manipolatori leciti perché proposti all’interno di una commedia mascherata da resoconto storico, in cui l’imprecisione è voluta e urlata per una rivincita delle utopie degli sballati. L’intrattenimento della commedia drammatica indossa gli abiti della farsa che addita quella realmente accaduta, raccontabile solo come battuta da stand-up comedian, con lo sberleffo continuo dell’Abbie Hoffman di Sacha Baron Cohen (una macchietta impagabile, un capolavoro di scrittura e recitazione). La recensione al proprio approccio la scrive lo stesso Sorkin, quando oppone lo studente pronto a compromettersi nel realismo e l’hippie che sogna la rivoluzione: nello spettro totale delle posizioni possibili, lo sguardo del film viaggia dal tradito re-enactment all’idealismo (s)fumato. Sono proprio l’acido, la satira e la parodia che corrono sottotraccia (sotto-cronaca) a rendere il film prezioso: gli ammiccamenti e gli artifici completano il sorriso beffardo che, partendo da episodi paradossali (per lo più) realmente accaduti, sosta in un difficile equilibrio fra ricostruzione del dramma ed enfasi grottesca, per una miscela che, dalle parti di La Guerra di Charlie Wilson, avvicina Sorkin al David E. Kelley giudiziario, edificante e bizzarro, facendo sembrare Il Processo ai Chicago 7 una costola di Boston Legal.
(Niccolò Rangoni Machiavelli, spietati.it)

 Sorkin, come fosse uno dei Chicago 7, non cerca lo scontro degli ideali: il suo film narra nient’altro che un’altra oscura e fangosa digressione nella storia degli Stati Uniti. Quella terra che fa della libertà un credo religioso, ma è pronta ad imbavagliare un afroamericano durante un processo, solo perché chiede giustizia. Di certo, Il Processo ai Chicago 7, pur gestendo con eleganza e classicità una certa aria anticonformista e fricchettona (specchio dei protagonisti, e non per superficialità del regista), è un film necessariamente arrabbiato, che (di)mostra quanto ci sia ancora tanto da fare in merito alla giustizia sociale e politica, mentre – miccia dopo miccia – risale l’indignazione popolare verso autorità che continuano ad alzare le armi. E, anche solo per la necessità di ricordare i martiri delle lotte passate, andrebbe capito e raccontato. Poi, se consideriamo che è anche un grandissimo film, allora siamo vicini al capolavoro.
(Damiano Panattoni, hotcorn.com)

Sorkin parte da un caso legale per dare vita a una pellicola che si muove tra il biografico e lo storico, sfocia immancabilmente nel legal drama mantenendo pero’ un tono ed un ritmo  che si avvicinano spesso ( anche troppo) alla commedia. 
A fare la parte del leone, ovviamente, i dialoghi fulminanti che hanno reso celebre il cineasta newyorkese (vincitore tra vari riconoscimenti dell’Oscar nel 2011 per lo script di The Social Network di David Fincher) e un cast di star affiatato e convincente composto da attori del calibro di Sasha Baron Cohen, Joseph Gordon-Levitt, Michael Keaton, Eddie Redmayne, Frank Langella, Mark Rylance, John Carroll Lynch, Jeremy Strong e Yahya Abdul-Mateen II.
(Fabio Chiesa, sugarpulp.it)

 

Il processo ai Chicago 7 emana fascino da ogni centimetro di bobina. Nonostante il tema sia assolutamente serio (oltre che ispirato ad un fatto realmente accaduto), è evidente che la scelta operata dal regista e sceneggiatore Aaron Sorkin sia quella di aggirarsi intorno ai toni della commedia. Ciò non significa che i fatti vengano affrontati con superficialità. Semmai, è l’involucro esterno a voler apparire accattivante, divertente, patinato. Lo si capisce dalla maggior parte dei dialoghi – in primis gli interventi di Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong), mattatori sia dentro che fuori il tribunale – ma anche da un montaggio alternato che fa avanti indietro nel tempo, nonché dalla colonna sonora glamour tipicamente anni ’60.
(Raffaella Mazzei, spettacolo.eu)

Indubbia la qualità del cast, dove oltre a Eddie Redmayne, Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong, ha un ruolo cruciale anche Mark Rylance nelle vesti dell'avvocato della difesa, ma la parata di star in costume finisce per distrarre dalla verità dei personaggi che interpretano. Sorge quindi il dubbio che fosse più centrata l'idea che anni fa Spielberg aveva avuto per questo progetto: affidarsi a volti sconosciuti. Le star hollywoodiane naturalmente fanno ammirare la propria bravura nei vari a solo, ma lasciano anche la sensazione di assistere all'ennesimo film in cui lo show business liberal si autocongratula per le proprie posizioni progressiste, appropriandosi però di battaglie molto lontane dal mondo dorato di Hollywood.
Quella militanza infatti era vicina a ben altre forme cinematografiche rispetto a questo patinato legal drama, e un linguaggio visivo più duro e militante sarebbe stato necessario per rendergli giustizia. Del resto la carriera di Sorkin, con i suoi protagonisti spesso maturi, eleganti e intelligenti ma mai violentemente rivoluzionari, è molto lontana da quel mondo e da quel cinema: questo probabilmente non era il suo film.
(Andrea Fornasiero. Mymovies)

tecnicamente perfetto, il nuovo film di Aaron Sorkin è moralmente molto discutibile, raccontando con toni da commedia un fatto vero e serissimo
Rinunciando a fare un film più serio sul tema, oppure una commedia più dichiarata e quindi meno fedele alla realtà, inganna. Sembra voler raccontare i fatti come sono andati, con la precisione che ci sia aspetta da un film ambientato in tribunale, ma poi si concede una visione parziale fino alla macchietta. Romanza senza pietà distribuendo torti e ragioni con la vanga invece che con il pennello. Lo fa forte del senno di poi e della consapevolezza che la storia ha già emesso la sua condanna, riduce tutto al bianco contro il nero, pretendendo di convincere che il mondo si divida davvero in buoni e cattivi e che non ci siano ragioni (alcune giuste, altre sbagliate) da entrambi i lati. Che in buona sostanza la storia non sia poi così complessa.
Alla fine Il processo dei Chicago 7 non è altro che la parodia del cinema americano, capace di finire tra le ovazioni, gli applausi e le lacrime facili per i caduti, con i cattivi arrabbiati che o urlano adirati ai buoni di smetterla o scappano via alla chetichella umiliati, anche se in teoria in quel momento avrebbero vinto loro. Sia chiaro, non c’è niente di male nel cinema classico americano e nella sua maniera alle volte manichea di raccontare virtù cardinali tramite storie inventate. Ma è tutto un altro paio di maniche quando questo lavoro lo si fa con la vera storia, di fatto barando e trattando gli spettatori come studenti delle medie seduti all’ultimo banco.
(Gabriele Niola, Wired)

 



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